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Disoccupazione Umbria

Disoccupazione in Umbria: tra i giovani ancora tanto precariato

Umbria, un miraggio chiamato lavoro: “L’occupazione aumenta, ma è sempre più precaria”

 

Bene, ma non benissimo. Secondo l’analisi di Mario Bravi, presidente della Ires Cgil, in Umbria “aumenta l’occupazione nel secondo trimestre del 2018, ma è sempre più precaria”. Detta in numeri: “Solo il 16,2% delle nuove assunzioni è a tempo indeterminato”. 

 

Luci e ombre, quindi. Spiega ancora Bravi: “Dalle stime Istat relative al secondo trimestre 2018, emerge per l’Umbria un aumento degli occupati di 5 mila unità su base annua (fino a 358mila). Contemporaneamente, c’è una riduzione dei disoccupati che scendono a 35 mila unità (- 8 mila rispetto al trimestre precedente e -6 mila rispetto allo stesso trimestre del 2017)”.

 

E di nuovo numeri e dati statistici: “La qualità dell’occupazione che si è realizzata nel primo semestre è incentrata sulla precarietà e sulla provvisorietà. L’Osservatorio nazionale dell’Inps ci conferma che, le assunzioni a tempo indeterminato attivate nel primo semestre 2018 sono soltanto il 1, quindi oltre l’80% dei rapporti di lavoro “nuovi” sono poveri e precari. Inoltre, le cessazioni dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono superiori alle attivazioni”.

E ancora. Secondo Bravi in Umbria “serve per consolidare la crescita  dell’occupazione, puntare sui diritti del mondo del lavoro, evitando il fenomeno crescente dei “working poors” cioè di chi pur lavorando rimane povero. Questo spiega perché il Pil per unità di lavoro rimane in Umbria molto al di sotto della media nazionale, collocandosi a quota 87,2% con un –12,8% rispetto alla media del nostro Paese”.

 

Inoltre, aggiungo dal sindaco rosso, “l’andamento del PIL complessivo non è sufficiente, alle condizioni date, a sostenere la necessaria qualità della crescita. Infatti, tra il 2008 e il 2014 abbiamo perso il 17,1% del Pil, di fronte ad una perdita a livello nazionale pari all’8,6% e dopo aver avuto in Umbria un +2,6% nel 2015, abbiamo chiuso in negativo sia il 2016 che il 2017(anche se manca il dato definitivo di Istat, ma Svimez stima un – 1% per quanto riguarda il 2017)”.

Poi l’analisi si sposta sulla qualità dei contratti. Il tempo determinato, manco a dirlo, è una specie di miraggio: “Non a caso, i dati recentissimi del ministero del Lavoro confermano queste valutazioni. Nei primi 6 mesi 2018 sono stati attivati 36.266 rapporti di lavoro, corrispondenti a 28mila lavoratori (visto che la estrema precarietà spinge il lavoratore ad attivare più rapporti) e sono cessati 34.269 contratti corrispondenti a 25.550 lavoratori, con una differenza positiva pari a 2.450 unità. Quindi, è un dato l’aumento dell’occupazione, insieme all’accentuarsi ulteriore della precarietà, visto che meno di un contratto su 5 è a tempo indeterminato (il 16,2%) e inoltre c’è da sottolineare che il 74% delle attivazioni avviene nel comparto dei servizi”.